15.11.09

Religiolus - Vedere per credere

Religulous di Larry Charles
(2008) USA

Prima di esprimere un giudizio critico sull'opera, mi preme mettere in chiaro una cosa e lo posso fare perché l'argomento della religione è da me particolarmente conosciuto e modestamente indagato: tutto ciò che Bill Maher dice in questo film è vero. Che la religione sia un prodotto dell'uomo e non una manifestazione di Dio è stato ampiamente documentato, che la storia di Gesù sia un "remake" di altre divinità a lui precedenti è stato dimostrato. Per questo considero questo film nobile negli intenti ma fallimentare nei risultati. Fallimentare quanto meno nella parte critica perché almeno il documentario fa molto ridere e soddisfa perciò uno dei due obiettivi (ridicolizzare la religione) mentre l'altro (la riscossa dell'umanesimo laicista) viene trascurato o non opportunamente affrontato. Questo perché Charles e Maher scelgono la via del documentario alla Michael Moore: sostenere un punto di vista e screditare chiunque vi si opponga. Commettono però due errori: non c'è nessun punto di vista da difendere, quelli che mettono in campo Charles e Maher sono realtà, sono fatti documentati, non sono cose sulle quali si può esprimere un punto di vista perché sennò si finisce con il dare credito al credo dogmatico dell'avversario; il secondo errore è la manipolazione delle immagini e degli intervistati: è evidente che i due autori hanno scelto prede troppo facili da attaccare e così facendo portano a credere che in realtà istituzioni più radicate come la Chiesa del Papa siano in realtà più miti e razionali, idea ingenua e pericolosa, e fanno ciò montando le interviste in modo che gli interlocutori appaiano in difficoltà (cosa che può pure essere vera ma che non viene restituita allo spettatore). Probabilmente la loro intenzione era un'altra: mostrare che fra le grandi religioni (cattoilicesimo, Islam...) e quelle piccole (il tizio che venera le droghe leggere, il grassoccio che dice di essere la seconda venuta di Gesù) non c'è nessuna differenza, partono entrambe dagli stessi assunti ma diventano più o meno ridicole a seconda dei numeri dei seguaci che riescono ad accumulare. Perché il Papa ha più credito del grassoccio che incarna Gesù? Perché ha più fedeli? Basta davvero questo a rendere reale le idee assurde e irrazionali (ed antiscientifiche, non dimentichiamolo) sostenute dal Vaticano? Tutto ciò è un pensiero legittimo ma il film non riesce a farlo emergere chiaramente, lascia questo tema sottotono, non lo porta in superficie e quindi fallisce.
Religulous, insomma, è un documentario satirico e dalle opinioni molto forti, comprensibilmente osteggiato dalle chiese di mezzo mondo. E' sicuramente divertente ma non aspettatevi la rivoluzione culturale che meritiamo. Per quella vi toccherà studiare ancora un poco ma se lo vorrete fare, credetemi, ne varrà la pena.

12.11.09

Baarìa

Baarìa di Giuseppe Tornatore
(2009) Ita\Fra

Il buon Tornatore si conferma regista di grande manierismo. Ciò che stupisce però è come riesca, a fronte della sua rigidità formale, a creare un'emozione narrativa molto intensa anche quando di fatto non c'è neanche una vera trama da raccontare. Perché in Baarìa la storia di una famiglia attraverso svariate generazioni è soltanto un pretesto per attraversare molti lustri di storia filtrati dal microcosmo della provincia palermitana. Sul finire, infatti, la vita dei protagonisti perde l'interesse da parte dello spettatore (semmai l'ha ottenuto) che piuttosto si concentra sull'enigma favolistico del finale, quando due mondi temporalmente lontani si incontrano per sancire la fine di un'era. Ed è qui, probabilmente, che Tornatore mostra la debolezza del suo impianto: liquidare decenni di storia nel fallimento di una città assediata dal caos e dal traffico può risultare puerile e perfino fastidioso a chi da anni cerca di dare un senso ed un ordine a questo mostro chiamato "progresso". Ciò nonostante, come dicevo sopra, il film riesce ad emozionare ma lo fa con due grandi intuizioni narrative: i micro-racconti che si snodano sullo sfondo della piccola cittadina, piccoli e grandi affreschi di individui tipicizzati e tipicizzanti; la brillante idea di affidare il ruolo di (finti) protagonisti a degli sconosciuti e riunire un parco attori faraonico per ridurlo a comparse e comprimari (e con questo Tornatore svela l'inganno: i veri protagonisti della storia sono le figure di passaggio, i ricordi e le impressioni del regista e per questo finiscono con il prevalere su tutto il resto). L'esperimento è riuscitissimo: da una parte regala grandissima attenzione ai dettagli, dall'altra dimostra come in Italia troppo spesso gli attori sono così "eccessivi" da risultare affascinanti in brevi apparizioni ma pedanti in ruoli da protagonista.
Ebbene, se da una parte abbiamo il solito autore che mette in gioco il suo album di memorie per omaggiare il cinema e le radici senza neanche tanta originalità (riconoscendogli comunque una notevole maestria nella direzione dell'insieme), dall'altra abbiamo l'affresco del cinema nostrano contemporaneo che proprio in un kolossal mette in scena i suoi limiti. Trasformandoli provocatoriamente in forza.

29.10.09

Cartoline da Roma - 3 (fine)


24.10.09

Cartoline da Roma - 2

  • Se non lo avete capito, ho dovuto soccombere al mio problema medico rinunciando a qualsiasi partecipazione nell'ambito del Festival. Sono riuscito a vedere un solo film, a partecipare alle conferenze stampa di Clooney e della Streep dopodiché sono dovuto rimanere a casa. Tranne quando sono uscito per andare al pronto soccorso alle tre di notte. Roma di notte non si può spiegare, bisogna vederla.
  • Nonostante il tragico esito della mia trasferta proprio nell'anno in cui partecipavo per la prima volta come accreditato stampa, ho ancora qualcosina da dire.
  • A Festival concluso, si stanno già scatenando i balletti del successo o non successo. Sembra vincere la prima ipotesi, in base agli accrediti assegnati ed ai biglietti venduti. Io ho bazzicato poco l'Auditorium ma quelle poche volte ho visto una desolazione allarmante. Bar e ristoranti più che altro vuoti e davvero poca gente in giro, addetti ai lavori compresi.
  • Ho fatto una fila di mezz'ora per la conferenza stampa di George Clooney. Avete idea di cosa significa stare mezz'ora in attesa e dover ascoltare le chiacchiere dei giornalisti? Ad uno come me che ambisce ad entrare nella categoria, basta davvero quella mezz'ora in fila a farsi passare buona parte della voglia. Insopportabili!!!
  • George Clooney è il suo personaggio. E' affabile, è istrione, è come un personaggio dello spettacolo che non è Presidente del Consiglio (a proposito, il buon Clooney si guarda bene dall'esprimere un giudizio sul nostro premier). Però, contro ogni aspettativa, nessuno ha nominato Elisabetta Canalis durante la conferenza stampa, anche se le domande sceme ci sono state. Quasi tutte, a dire il vero. Clooney ha chiesto il rispetto di un limite che più che travalicare la sua privacy non fa altro che umiliare il mestiere del giornalista.
  • Meryl Streep è favolosa. Sembra arrivare da un altro pianeta. Ha l'aria di una svampita ma è evidente che un po' ci fa. Ha sopportato con grandissima pazienza una conferenza stampa funestata da problemi tecnici (mi hanno detto che le cuffie per la traduzione non funzionavano) e parlato con grande umiltà e soprattutto con la voglia di tenere come soggetto della discussione il suo più grande amore, il cinema. Nel farlo non ha risparmiato un paio di stoccate, ad esempio a Scorsese ("vorrei fare un film con lui ma solo quando Martin si occuperà di un vero personaggio femminile") o all'Accademy ("ricevere la nomination è gratificante perché sono i tuoi colleghi a concedertela, il meccanimo per la vittoria è invece molto più misterioso ed inafferrabile") mentre su Polanski non si sbottona più di tanto ("mi dispiace che sia in galera" e tutto qui).
Continua...

18.10.09

Up in the air (Rome FilmFest 2009)

Up in the air di Jason Reitman
Roma FilmFest 2009
CONCORSO

Riconoscibilissimo nello stile e nelle tematiche, Jason Reitman mette in piedi una nuova commedia ancora più amara e cinica, se è vero che stavolta le vittime del "soldato" Clooney le vediamo in faccia, le vediamo soffrire e disperarsi (e alla fine scopriamo che quelle persone sono vere, sono reali disoccupati) e talvolta reagire duramente. Il buon Clooney, uomo deputato al licenziamento di migliaia di persone, gira in lungo e in largo l'America forte del suo mestiere e della sua filosofia: mai nessun legame, sentimentale, amichevole o familiare che sia. Ovviamente, questo modo di vedere le cose subirà un bello scossone con l'arrivo in scena di... Tutto molto schematico e banale sembrerebbe, in realtà Reitman porta avanti la storia sfuggendo ogni possibile previsione e anzi opponendo un maggiore pessimismo negli eventi e nel finale (laddove in Thank you for smoking il protagonista tornava a lavorare con un rinnovato rispetto per sé stesso, qui Clooney si becca una batosta non da poco e riprende a lavorare con un pesante senso di sconfitta e condanna).
Reitman a questo punto può essere definito regista delle contraddizioni. Il suo cinema pretende di mostrare individui che sono la perfetta incarnazione della società moderna, magari figure professionali crudeli e poco conosciute caratterizzate da una disarmante umanità e che proprio per questo cadono in contraddizione. Questa contraddizione l'autore la lascia emergere attraverso un tono da commedia sempre molto serrato, facendo molto ridere e dosando nei momenti giusti il cinismo e le americanate (e sì, le sequenze di scene con musichetta strappa lacrime rimane pur sempre un'americanata).
Sarà anche vero che Reitman tradisce la voglia di voler piacere a tutti i costi ma il risultato finale non pregiudica nulla e comunque Up in the air rappresenta una bella evoluzione del suo cinema che sembra crescere di opera in opera. E Clooney porta a casa una delle sue migliori interpretazioni.

16.10.09

Cartoline da Roma - 1

  • Nota personale: sono zoppo. Quindi, se vi aggirate dalle parti del Rome FilmFest, quello che si aggira strisciando fra notevoli espressioni di dolore sono io. Ammesso che riesca ad arrivarci all'Auditorium.
  • Esattamente come l'anno scorso, nella giornata inaugurale del festival fervono ancora molti preparativi. La zona dell'Auditorium sembra ancora un cantiere a cielo aperto e molto poco frequentato. Però, dopo 3 anni, hanno cambiato un po' le cose, quindi il vostro bar di fiducia non sta più dove stava bensì di fronte!
  • Onore al merito alla prima edizione davvero curata da Rondi: l'assurdo meccanismo che prevedeva il ritiro dei biglietti per i film anche per gli accreditati (perfino quelli stampa!) è stato abolito. Questo dovrebbe significare dimezzamento delle file ai botteghini. O aumento delle file alla rush line?
  • Causa problema fisico di cui prima, per ora sono riuscito a vedere praticamente nulla se non la conferenza stampa del film d'apertura Triage. Sarei un'ipocrita bugiardo se non vi dicessi che quando mi sono trovato al cospetto di Christopher Lee una voce dentro di me ha esclamato "Quello è Sauron!". Fra le altre cose, una ragazza ha allungato l'intera trilogia al signor Lee per farsela autografare. Logico, direte voi. Ma era il libro, non il film!
  • Danis Tanovic è un mito. Ha un vocione affascinante, veste in maniera molto più antica di Christopher Lee e a termine della conferenza stampa è sceso in mezzo ai comuni mortali a scambiare quattro amorevoli chiacchiere.
  • Poca gente in giro. Il primo red carpet ha attirato ben pochi curiosi. Non ha aiutato il freddo glaciale che attanaglia la capitale. Non ha aiutato l'assenza di Colin Farrell.
  • Confermo le prime impressioni: il programma è molto interessante ma soprattutto ben organizzato. Meno film ma più ordine.
  • Ed ora il capitolo immancabile di ogni anno: la borsa per gli accreditati. Quella di quest'anno è molto bella nonché comoda, sembra davvero un buon pezzo di artigianato. Produzione limitata, l'esterno è ricavato da locandine riciclate. Il che è un bene se vi capita quella con Cate Blanchette, Mickey Rourke, Richard Gere. Ma se vi capita quella con Zac Efron, difficilmente avrete il coraggio di andarci in giro. Vi lascio indovinare quale mi è capitata...

11.10.09

Videocracy - Basta apparire

Videocracy di Erik Gandini
(2009) Sve\Dan\UK\Fin\Ita

Ne hanno fatto un gran parlare a Venezia. Hanno censurato il trailer su ogni rete del duopolio televisivo italiano. Vedo, quindi, questo Videocracy con grandi aspettative per poi ritrovarmi davanti un documentario un pò così, quasi noioso in molte sue parti e che per troppo poco riesce davvero a centrare il bersaglio.
La "videocrazia" del titolo è quella che l'autore vuole mostrare con la sua opera, ovvero il gusto culturale e becero che la tv commerciale del "presidente" ha imposto alla massa italiana.(non so perché ma Gandini non pronuncia mai il nome di Berlusconi, si riferisce a lui come "il presidente" usando una certa spocchia che ricorda il "principale esponente dello schieramento a noi avverso" di Veltroni). Partendo dal primissimo esempio di tv spazzatura, ricostruisce (frettolosamente) nascita e consolidamento dell'impero mediatico berlusconiano, si sofferma (un po' meno frettolosamente) su uno dei mostri generati, un ingenuo operaio che sogna il successo senza avere nessun tipo di talento, poi passa a uno dei grandi burattinai della televisione italiana, quel monumento all'imbecillità che è Lele Mora e che proprio così ci appare (qualcuno dovrebbe andare a chiedere a Berlusconi se conferma di essere intimo amico di questo tizio che si vanta di essere mussoliniano e di avere sul cellulare la suoneria di 'Faccetta nera' accompagnata da immagini di svatiche e croci celtiche); il passo successivo (frettoloso) è la fotografa ufficiale delle feste sarde dei "vips" (premier incluso) ed ecco che ci si aspetta qualcosa di esclusivo e invece nulla. Gran finale è l'apoteosi di questo sistema malato: Fabrizio Corona, degno parto squilibrato di una grande macchina squilibrata, forse l'esempio per eccellenza della mentalità italiana corrente; qui Gandini procede molto meno frettolosamente e indugia parecchia sulla figura di questo imprenditore dalla scarsa morale, indugia pure nel riprenderlo nudo e vanitoso. Perché? Perché effettivamente a questo punto il documentario sembra acquistare un senso: l'intero ragionamento affrontato sembra avere qui il suo apice, nell'immagine di un mostro che non è nato per caso ma che è embrione stesso della "videocrazia" di cui l'Italia è succube, vittima e carnefice al tempo stesso. Le ultime immagini, per quanto stiracchiate, concludono in maniera ottimale il discorso.
Però il risultato è alquanto deludente. Si ha l'impressione di aver perso una grande occasione, un'intuizione coraggiosa che finisce sprecata e che potrebbe apparire addirittura ostica ad un pubblico a cui sfugge il meccanismo "videocratico". Alla fine Gandini dice cose già note rivolgendosi ad un pubblico selezionato e non compiendo una vera e propria inchiesta con fatti e dati capaci di colpire lo spettatore. Sarà per la prossima volta, consoliamoci con il sempre attuale Il caimano.

8.10.09

Il nuovo horror in tv?

Tralasciando un giudizio di qualità vero e proprio che meriterebbe un post più approfondito, vorrei appellarmi al popolo di internet per colmare una mia probabile lacuna.

Harper's Island, serie americana attualmente in onda su Raidue, è il primo serial a trasportare in televisione i meccanismi dell'horror moderno?
Mi spiego. Con horror moderno intendo tutto ciò che è venuto dopo Scream, ovvero quello stile horror tipico degli anni '90 che si è svestito dei temi e dei linguaggi americani tipici del genere applicando un nuovo modello, apparentemente molto più pop e leggero ma in realtà ponendosi obiettivi del tutto nuovi. Laddove il "vecchio" cinema horror si sforzava di essere una critica delle ansie sociologiche contemporanee, dopo l'avvento di Scream e simili (So cosa hai fatto, per dirne uno) sembrava aver preso una piega molto più autoriflessiva, più concentrata su sé stessa che sull'esterno: infondo, la trilogia di Scream faceva horror ribaltando gli stessi meccanismi tipici del genere e ritorcendoli contro la trama ed il pubblico e qualcosa di ancora più incisivo il buon Wes Craven l'aveva già tentata con il sottovalutato New Nightmare. Da allora questo nuovo filone è proliferato perdendo ogni controllo (e generando anche numerose parodie) ed imponendosi come "new wave horror". Ecco, Harper's Island ha letteralmente preso questi gingilli e li ha trasposti in televisione, applicando la presunta banalità dei film dell'orrore moderni alla scrittura seriale, producendo qualcosa di effettivamente nuovo per la televisione. Dico nuovo, e qui torniamo alla domanda di cui sopra, perché davvero non ricordo altri serial che abbiano tentato qualcosa del genere. L'horror c'è sempre stato in tv (X-Files fra i più recenti) ma si trattava sempre di trame autoconlusive, di omaggi, di esperimenti; con Harper's Island l'horror moderno diventa il vero e proprio protagonista degli episodi in una storia spalmata su 13 episodi (la stagione dovrebbe rimanere unica).
Sono io che non ricordo precedenti o davvero Harper's Island è il primo?

4.10.09

Bastardi senza gloria

Inglorious Basterds di Quentin Tarantino
(2009) Usa\Ger

Detto da uno che ha sempre avuto da ridire su Tarantino (fatta eccezione per Kill Bill) può sembrare ridicolo ma Bastardi senza gloria è un bellissimo film di Tarantino ma non alla Tarantino. Il regista cinefilo, infatti, si libera un po' di quella noiosa zavorra citazionista serie-b (che a me è sempre sembrato il suo limite e a molti altri la sua forza) per realizzare forse la sua storia più compiuta e matura, alla Jackie Brown, dove c'è una trama molto più esile del solito ma pur sempre una storia che conduce dal punto A al punto B senza divagazioni e senza perdere la concentrazione e puntando dritto al tipico accumulo di emozioni e tensioni di Tarantino, con la differenza che stavolta si va dritti all'esplosione di questo accumulo, esplosione densa di metafore e significati evidenti e non per questo banali. L'ennesimo atto d'amore del regista verso il cinema consiste proprio nella vendetta della settima arte contro i regimi totalitari che soffocano (fra le tante cose) lo spirito creativo: è il cinema stesso ad essere "la vendetta ebrea" richiamata nella storia, è davanti e dietro uno schermo cinematografico che si consuma il bagno di sangue più liberatorio che si sia visto dai tempi di Dogville. E' qui sta un'altra nuova maturazione di Tarantino: la violenza crudele, esibita, farsesca, diventa vittima di sé stessa e brucia il sottilissimo confine tra vittima e carnefice nella bellissima scena ambientata nella saletta di proiezione, dove un gioco di sguardi tra Shosanna e il nazista sul grande schermo ci costringe a ricordare che anche noi stiamo guardando un grande schermo e stiamo empatizzando con gli assassini, stiamo esultando davanti a carneficine di massa (lezione già impartita da Haneke con il suo Funny Games). E se Shosanna comprende che il suo estremo sacrificio è pericolosamente vicino a quello dei suoi aguzzini, altrettanto noi non possiamo sottrarci a questa massacrante riflessione. Anche per questo Bastardi senza gloria non può essere etichettato come film di guerra (ma questo vale per tutto il cinema di Tarantino, difficile da etichettare) e va ben oltre la retorica di ebrei contro nazisti: il regista, per sua stessa ammissione, non si sottrae al gioco che vuole l'autore di un'opera propositore di un messaggio, per quanto ben nascosto, nella sua messa in scena; anzi, stavolta probabilmente lo spiattella molto più esibito e sfacciato senza paura di cadere in contraddizione, incamerando la lezione di Arancia meccanica e tutto ciò che ne è venuto dopo. Le scene magnificamente costruite fanno tutto il resto (il primo, inquietante capitolo è da annali del cinema) e l'unico difetto, il solito, è quello della dilatazione esagerata di certi momenti che finiscono con il nuocere all'exploit conclusivo.
Prima dei titoli di coda, due grandi momenti: il colpo di scena che sovverte la storia (il cinema può anche questo e grazie all'autore per avercelo ricordato ) e la tenera confessione di Tarantino messa in bocca al personaggio principale, frase conclusiva dell'intera storia: "questo potrebbe essere il mio capolavoro."

Sono aperto al dibattito!

2.10.09

L'artista

El artista di M. Cohn e G. Duprat
(2008) Arg\Ita

Finalmente esce in sala L'artista. Visto ormai un anno fa al Rome FilmFest, ne serbo un grande ricordo. Nel link il post di allora.

26.9.09

ROMA!

Il programma dell'ormai prossima Festa del Cinema (quarta edizione) sembra avere tutte le carte in regola per fare una bella figura (e mi costa fatica ammetterlo, vista la mia antipatia per Rondi e le mie ripetute critiche alla sua discutibile nomina per questo festival). La minaccia di un festival nazional-popolare è scampata (sui 14 film in concorso, 3 sono italiani e se vi sembrano tanti, allora non avete avuto a che fare con Rondi e le sue dichiarazioni) anche se, ovviamente, l'attenzione al cinema italiano non manca (omaggi a non finire). Più che altro fa piacere che sia stata abbandonata la linea di boicottaggio del red carpet: le star ci saranno e fra i nomi già confermati ci sono Meryl Streep, i fratelli Coen con il loro nuovo film e il protagonista George Clooney, Gabriele Muccino e Tornatore in un duetto a confronto e molti altri ancora. Evidentemente l'austerità dell'anno scorso non ha convinto e io continuo a dire che il calo di presenze nella terza edizione c'è stato eccome.
Inoltre, mi sembra ampiamente condivisibile l'analisi di Mereghetti proposta sul Corriere: la Festa di Roma (ed è uno sbaglio) sembra rifarsi un pò troppo a Venezia, nella scelta dei film e nei temi proposti (filosofia, questa, che non mi ha mai convinto: ce lo vedi il direttore di un festival scartare un grosso film perché non si allinea alle tematiche portanti?). Visto che arriva a poca distanza, rischia davvero di diventarne un appendice o un prolungamento.
A favore della nuova amministazione, invece, gioca il minore isterismo che caratterizza il programma: meno eventi e meno film ma meglio organizzati, senza eccessive sovrapposizioni che costringevano pubblico e stampa a correre da un posto all'altro (l'anno scorso, poi, era davvero impossibile tenere tutto sotto controllo, anche perché i programmi delle conferenze stampa ed incontri venivano consegnati giornalmente), sembra tutto fatto con molta più cura del solito.
Sta a vedere che mi tocca rimangiarmi tutto ciò che ho scritto su Rondi e le sue sciarpe.

Appuntamento dal 15 al 23 ottobre. Io, salvo imprevisti, ci sarò con la cronaca quotidiana e questa volta sarò ancora più addentrato nei meandri. Tremate!

18.9.09

L.I.D.

Per quanto mi riguarda, la posizione di John Locke nella prima immagine promozionale di Lost 6 non è per nulla casuale.
Ma in un senso molto più profondo e particolare. Il confronto qui sotto rende bene l'idea.

10.9.09

COMING SOON

Ci sono ancora... ma serve pazienza!

1.7.09

Confessioni di una mente pericolosa - 4

Milos Forman presidente. Muccino Gabriele in giuria. Meryl Streep premiata. Ma vorrei ricordare a coloro che già annunciano il miracolo Rondi al Roma FilmFest che sarebbe bene aspettare almeno i risultati. O quanto meno la presentazione del programma.

29.6.09

Confessioni di una mente pericolosa - 3

Ho stroncato Australia di Baz Luhrmann ancora prima di vederlo.

27.6.09

Confessioni di una mente pericolosa - 2

L'idea che il 3D sia la salvezza del cinema, così come lo conosciamo, mi fa un po' tristezza.

24.6.09

Confessioni di una mente pericolosa - 1

Io non stimo Tim Burton. L'hype intorno al suo Alice nel paese delle meraviglie è un déjà vu.

8.6.09

Lasciami entrare

Lat den ratte komma in di Tomas Alfredson
(2008) Svezia

Magnifica opera di intenso spessore, un piccolo film che entra in punta di piedi nel cuore per restarci. Lasciami entrare ha fatto furore un po' dappertutto e il motivo è presto detto: è quel gioiellino che tutti vorrebbero fare ma nessuno realizza, la perfetta sintesi tra emozione e necessità di trama, tra il racconto di un sentimento che si intreccia con l'azione del narrato, il tutto in un equilibrio invidiabile. 
Quello che più colpisce è la fortissima idea di cinema che emerge dalla regia: Tomas Alfredson dimostra un'originalità di intenti ed idee che raramente si è vista negli ultimi anni, lavorando per sottrazione a tutti i livelli: nei dialoghi, nella recitazione, nella messa in scena, tutto ciò che non è funzionale alle precise ambizioni dell'autore viene scartato. Per questo motivo il film riesce a raccontare temi complessi (forse abusati) dell'adolescenza senza mai scadere nel cliché o nel banale, intrecciando la vita del piccolo Oskar a quella del vampiro Eli, facendo scontrare due forme di emarginazione, di solitudine e di alienazione difficilmente distinguibili. Si sente, insomma, la matrice letteraria della storia ma una volta tanto senza essere pedante e senza accusare nessuna assenza. Il crescendo emotivo della storia verrà poi esaltato nell'ultima, formidabile scena, il culmine dell'originalità di Alfredson. E a quel punto io ero definitivamente conquistato dal candore e dalla semplicità di una storia che riesce ad essere caldissima nonostante la gelida ambientazione. 
Non si può perdere questo film e non fatevi fregare dal fatto che lo hanno spacciato per un horror: il film va ben oltre e si propone obiettivi molto più ampi che l'etichetta di genere.

27.5.09

Antichrist

Antichrist di Lars von Trier

(2009) Dan\Ger\Fra\Ita\Sve\Pol

I critici di Cannes non hanno trovato niente di meglio da fare che inventarsi l'etichetta porno-horror, banalizzando l'inquietante dicotomia sesso\violenza proposta dal film come fossero due facce della stessa medaglia; i critici di Cannes non hanno trovato niente di meglio da fare che ridere di una volpe che parla piuttosto che chiedersi perché la figura femminile di von-Trier, per anni vittima, si è trasformata adesso in carnefice. Questo film assume ancora più coraggio estremo alla luce del pesante fuoco di fila che ha dovuto sopportare al festival francese e se di certo non è il migliore del regista, sicuramente non ha scalfito la stima che ripongo in lui. 
L'Anticristo di Lars è un'opera intensa e molto formale, che fa della narrazione piuttosto che del narrato il suo punto di forza. Il prologo che apre il film è la dichiarazione d'intenti dell'autore: l'attenzione è tutta sulla forma, sulla scelte di regia che se da una parte rimandano al primo von Trier, dall'altra sembrano rinnegare tutto ciò che il regista danese ha realizzato negli ultimi tempi. La fotografia livida e ricercatissima, le riprese a rallentatore, la scelta di precisissimi dettagli piuttosto che la (solo apparente) scarna casualità del Dogma, tutto questo sparisce davanti ad una ricercatissima scelta di stile che è anche un atto d'amore ad un certo cinema europeo (il film è dedicato a Tarkovsky). Fra l'altro non è neanche il caso di banalizzare la trama che ai più è sembrata solo un pretesto: alla storia, invece, proprio perché infrange una costante di von Trier (la donna succube e martire è qui ritratta spietata e colpevole) bisogna dedicare più di una riflessione, perché se è vero che il complesso impianto teorico sembra non risolversi del tutto, è altrettanto vero che al termine Anticristo che fa da titolo bisognerà pur trovare un senso. Se al pubblico di Cannes è saltato in testa l'immediata risposta religiosa e provocatoria della pellicola (se il creato è frutto di Dio ed è il creato a proporsi come incarnazione del male, ne consegue che la natura perversa mostrata nel film è l'Anticristo e dunque il male nasce in nuce nel bene), a me piace pensare che von Trier abbia voluto ancora una volta giocare con la sua smisurata ego e se è vero che è difficoltoso riconoscere in questo film la cifra stilistica a cui l'autore ci aveva abituati, mi vien da pensare che l'Anticristo sia il film stesso nel porsi come anti-von Trier, cioè come negazione, glorificazione ma soprattutto superamento di una carriera, un atto coraggioso e necessario per un uomo travolto dalla depressione e bisognoso di nuovo slancio. Alla fine, l'estrema formalità, l'uso del digitale, gli effetti speciali, l'astrazione totale dal mondo (i protagonisti non hanno nome e si muovono per lo più in un bosco chiamato Eden!) sono tutti segnali che qualcosa è cambiato, che l'antiLars si è manifestato. 
Se il nuovo percorso è irreversibile ce lo dirà solo il tempo. Nel frattempo, vale assolutamente la pena vedere questo film che potrebbe essere un nuovo modo di fare horror, atipico e classico insieme (gli espedienti del genere ci sono tutti), affermazione e negazione al tempo stesso. Proprio come la definizione Anticristo: positivo e negativo insieme. Una favola, certo, ma non dimentichiamoci con quale regista abbiamo a che fare.

25.5.09

Cannes al traguardo

Era previsto il premio ad Haneke mentre mi ha sorpreso la vittoria della Gainsbourg (a conti fatti, un film di Lars von Trier riceve sempre un premio a Cannes?). Altrettanto inaspettato il miglior attore per il film di Tarantino. E il resto nella norma.
Tutto sommato è sembrata una distribuzione dei premi molto equlibrata, con una leggera predilizione per film cupi e violenti (Haneke, Tarantino, von Trier, sono tutti film cattivi e sanguigni) e non di facile commercializzazione. In molti avevano puntato alla rinascita del cinema proprio attraverso la sua capacità di scandalizzare e disturbare. Resta da vedere il riscontro al botteghino, che comunque non promette nulla di buono.
Molto sentita la delusione per Bellocchio (ci sperava e ci sperava) e Almodovar (che già in conferenza stampa aveva auspicato un desideratissimo premio). 

Premi qui.